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giovedì 22 febbraio 2018

LOTTA ALLA VIOLENZA CONTRO LE DONNE E LE PERSONE LGBTQI



Nel Gender Gap Report 2017, il rapporto sul divario tra uomini e donne, l’Italia è all’82esimo posto su 144, era al 50esimo nel 2015: si inaspriscono dunque le disuguaglianze. Sulle donne continua a scaricarsi il doppio lavoro produttivo e riproduttivo, le gerarchizzazioni dentro il lavoro, il dominio maschile dello spazio pubblico, la violenza materiale e simbolica che nega i percorsi di autodeterminazione e libertà.
La crisi ha acuito i problemi. L’Italia è penultima in Europa per occupazione femminile, sulle donne si concentrano il part-time imposto (più che doppio rispetto agli uomini), la precarietà e la sottoccupazione. I tagli al sistema di welfare, in una società incapace di rimettere in discussione la divisione dei ruoli maschili e femminili, si traducono nella negazione del “diritto al tempo” con le donne che dedicano al lavoro domestico e di cura una media di oltre 5 ore al giorno, il triplo degli uomini. La violenza contro le donne è cronaca quotidiana, tra le mura domestiche dove si consuma la maggior parte delle violenze, nella perpetuazione di un dominio maschile incapace di fare i conti con l’affermazione di autonomia e libertà delle donne. La questione di genere si intreccia con la questione di classe, e colpisce in particolare i corpi delle donne migranti. Le discriminazioni sul lavoro e nella società, la violenza riguardano anche gay, lesbiche, trans e tutto l’universo LGBTQI, che combatte quotidianamente contro i pregiudizi, l’odio, l’omofobia, la transfobia. Il non riconoscimento pieno delle relazioni e delle famiglie delle persone LGBTQI significa ridurre le loro vite a esistenze individuali e isolate, e riaffermare un’idea autoritaria di famiglia che compromette la libertà di tutti e tutte.
Al carattere sistemico della violenza risponde oggi un movimento femminista mondiale: “Non una di meno” è la forza politica che tiene insieme e traduce percorsi di liberazione dal dominio di classe, di genere, di razza e orientamento sessuale. La lotta femminista partita dalla Argentina ha portato nelle piazze centinaia di migliaia di donne contro la violenza in tutte le sue forme. Lo sciopero dal lavoro riproduttivo e produttivo dello scorso 8 marzo ha messo in luce le tante forme di sfruttamento invisibili, nel lavoro di cura, nel lavoro da casa e nella richiesta di disponibilità e prestazione permanente. Anche in Italia il movimento femminista ha espresso, e continua ad esprimere, con autonomia e intelligenza, una capacità fortissima di lotta, elaborazione, proposta. Per questo lottiamo per:
  • la parità di diritti, di salari, di accesso al mondo del lavoro a tutti i livelli e mansioni a prescindere dall’identità di genere e dall’orientamento sessuale;
  • la radicale rimessa in discussione dei ruoli maschile e femminile nella riproduzione sociale ed un sistema di welfare che liberi tempo di vita per tutte e tutti;
  • la rottura del carattere monosessuato dello spazio pubblico e della politica;
  • soluzioni che inibiscano ogni forma di violenza (fisica, ma anche sociale, culturale, normativa) e discriminazione delle donne e delle persone LGBTI (attraverso una legge contro l’omotransfobia);
  • una formazione che fornisca strumenti per decostruire il sessismo e educhi al riconoscimento della molteplicità delle differenze;
  • la piena e reale libertà di scelta sulle proprie vite e i propri corpi, il pieno diritto alla salute sessuale e riproduttiva, negata in tante strutture pubbliche dalla presenza di medici obiettori. Va garantito a tutte l’accesso alla fecondazione assistita, anche eterologa, a prescindere dallo stato di famiglia. Va combattuta la diffusione dell’HIV attraverso la promozione della contraccezione rendendo disponibili a tutte e tutti le nuove tecniche di prevenzione. Vanno vietate le mutilazioni genitali su* bambin* intersessuali prima che possano capire e sviluppare la loro identità di genere;
  • la cancellazione di ogni pacchetto sicurezza. La sicurezza delle donne è nella loro autodeterminazione;
  • i diritti e le aspirazioni di gay, lesbiche e trans, sia come individui che nella loro vita di coppia, con l’introduzione del matrimonio egualitario, del riconoscimento pieno dell’omogenitorialità a tutela dei genitori, dei figli e delle famiglie e con la ridefinizione dei criteri relativi all’adozione, consentendola anche a single e persone omosessuali, per riconoscere il desiderio di maternità e paternità di tutte e tutti.
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MASSIMO GATTI CHIEDE INCONTRO URGENTE AL PREFETTO

Pubblichiamo il comunicato stampa di Sinistra per la Lombardia

 
Comizio di Casapound / Gatti :«Ho chiesto un incontro urgente al prefetto per vietare la piazza ai fascisti. Invito pubblicamente gli altri candidati a fare altrettanto».
 
Massimo Gatti, candidato presidente di Sinistra per la Lombardia ha inviato stamattina alla Prefetta Luciana Lamorgese una richiesta di incontro urgente per esprimere la preoccupazione sul comizio di Casapound annunciato sabato pomeriggio in piazza Castello.
«Si tratta di un’iniziativa preoccupante – dichiara Gatti - per la natura antidemocratica e razzista del gruppo in questione e per il clima di tensione creato nel paese che ha avuto il suo apice nell’azione terroristica di Macerata. Invito gli altri candidati a condividere questa iniziativa per conoscere quali provvedimenti saranno adottati per garantire la legalità 
costituzionale. Applicare le leggi Scelba e Mancino è il minimo sindacale. Si dichiarano fascisti del terzo millennio. Ma sempre fascisti restano».



Milano, 22/02/2018

martedì 20 febbraio 2018

RIUNIONE ANNUALE ANPI PADERNO DUGNANO

Domenica scorsa si è svolta, come  di consueto l'annuale riunione Anpi, un bilancio del tutto positivo sia per le numerose iniziative che per il numero degli iscritti.

Pubblichiamo l'intervento che la nostra portavoce  ha effettuato a nome del nostro circolo.


L'educazione non deve essere solo trasmissione di sapere, ma anche di valori, deve stimolare lo spirito critico. E non solo: deve far sviluppare il senso di responsabilità per le azioni concrete. Una frase di Stephan Hessel noto partigiano francese che in molti conoscono come autore del libro "Indignatevi".
Un messaggio che oggi deve risvegliare una precisa, attenta e soprattutto concreta coscienza antifascista che da troppo tempo ormai viene relegata a favore dei soliti blandi discorsi dove la sconfitta del pensiero nazifascista puo' avvenire solo attraverso la cultura. Vero verissimo ma bisogna anche ritrovare il coraggio di affrontare una realtà oggi troppo compromessa. A nulla servono gli appelli, le raccolte firme che le stesse realtà politiche ben identificate in quel centro sinistra fanno finta di non vedere. Lo scorso anno ad esempio, sono state raccolte 50.000 firme per la messa fuori legge di tutte le organizzazioni neofasciste che in tanti conoscono, chiedendo l'applicazione di quella Costituzione che in tanti nel 2016 abbiamo difeso, eppure quelle firme giacciono inermi poichè gli appelli rivolti alla segreteria della Sig.ra Boldrini sono rimasti inascoltati.
La risposta al gravissimo episodio di Macerata avrebbe dovuto essere automatico anche se per fortuna vi è stata una splendida disobbedienza civile, un'immensa diga di persone che hanno avuto il coraggio di scendere in piazza nonostante le numerose associazioni abbiano preferito osservare un inaspettato divieto. Al solito bel frasario dovrebbero seguire i fatti, in alcuni comuni le risposte delle istituzioni sono totalmente silenti quando la sinistra radicale , il Prc in particolar modo chiede il divieto a spazi concessi con molta facilità ad organizzazioni neofasciste ,tutto per non aumentare una tensione che invece è solo apparente. Si puo' imporre la linea del silenzio lasciando che i fascisti imperversino nei quartieri e città? Esigiamo e chiediamo una forte risposta sociale non solo in tutto il territorio nazionale ma anche nel nostro piccolo, proponendo alle forze politiche locali , come è accaduto in altri comuni che venga espressamente richiesto di vietare spazi a tali organizzazioni.
Non è piu' tempo di soprassedere ma di proporre e soprattutto di smetterla con l'antifascismo della bandiera, della teca, del museo che serve relativamente o forse è utile alle solite passerelle di personaggi conosciuti. Occorre far fronte comune con tutte le organizzazioni democratiche per un antifascismo puro e vivo come dovrebbe essere, solo cosi'facendo quel deja' vu  ormai troppo vicino, potrà essere allontanato.

Le compagne e i compagni PRC circolo A, Casaletti 


domenica 18 febbraio 2018

CANI ANTIDROGA ALLA SCUOLA SEC.SUPERIORE GADDA

Settimana scorsa  i cani antidroga all'Istituto Superiore Gadda, riprendiamo e pubblichiamo il comunicato del Comitato per la Scuola Pubblica di Paderno Dugnano.


CONTROLLO ANTIDROGA DELLA POLIZIA AL GADDA DI PADERNO DUGNANO: CHIEDIAMO SERVIZI, CI DANNO REPRESSIONE.
Da un'articolo di cronaca locale apprendiamo di un'ispezione delle forze dell'ordine in alcune classi della Scuola secondaria superiore Itc Gadda di Paderno Dugnano.
Il controllo e'avvenuto come in altri casi con cani addestrati per la ricerca di sostanze e addirittura si apprende in accordo con la Dirigenza scolastica di questo istituto.
Non siamo a conoscenza di fatti, problematiche dell'istituto o sospetti su studenti che abbiano determinato questa decisione dei vertici dell'istituto e questa operazione di polizia ne'vengono riferiti, ma, sperando che almeno qualcosa di grave giustifichi questa visita degli agenti, la prima domanda che ci sorge spontanea e'se e'possibile che questa Preside non abbia trovato nessun altro sistema per entrare nel merito del problema dell'utilizzo di stupefacenti tra i giovani nell'ambito dei rapporti con i suoi studenti.
Di sicuro si trova in un territorio interessato al discorso droga: Paderno e'fra le citta'brianzole capitali della ndrangheta legata allo spaccio e alla corruzione, gli arresti in questo caso non hanno impedito la costruzione di un impero criminale, per cui,chissa'se in altri ambienti hanno fatto abbastanza controlli di questo tipo e altrettanto rigorosi. Per sensibilizzare i giovani, in effetti, perche'non pensare invece di organizzare delle conferenze per studenti sui legami tra affari di droga, stato e mafia soprattutto quelli che riguardano i nostri territori?
Sarebbe interessante sapere il parere di presidi e genitori (anche in questo caso, quelli del Gadda muti come pesci..o forse soddisfatti dell'iniziativa chissa') su una simile proposta.
Bisognerebbe riflettere sul fatto che in questa societa'che difende il profitto e non mette al centro le persone a tanti giovani viene tolto tutto, compreso il diritto a curarsi, e il disagio psichico diventa inevitabile.
Di poche settimane fa e'la vicenda del Polo psichiatrico dell'ospedale di Bollate, che ha rischiato l'interruzione del servizio di cura rivolto a ragazze e ragazzi giovanissimi con gravi patologie come anoressia, bulimia e disturbi di personalita'. Solo la lotta di genitori combattivi supportati da associazioni ha impedito un ulteriore dramma per questi ragazzi.
Non solo: a Milano e'diventato un problema per tanti utenti la chiusura dei Sert dell'Asl a causa della politica di spending review dell'amministrazione.
I giovani, da cio'si evince, sono abbandonati dalle istituzioni, i dirigenti delle scuole dovrebbero ben saperlo, l'abuso di sostanze ha delle motivazioni cosi'come la diffusione delle droghe, le cause vanno analizzate e questi sistemi sbrigativi non fanno altro che intossicare l'ambiente scolastico e non saranno MAI STRUMENTO DI PREVENZIONE, come del resto, anche molto meglio di noi ha saputo esprimere un insegnante, autore della bella lettera di seguito.

17 febbraio 2018.
Comitato per la scuola pubblica Paderno Dugnano.


Ogni giorno si verificano nuovi controlli antidroga nelle scuole di tutta Italia. Una situazione alla quale quasi tutti paiono aver fatto il callo, e molti anzi la appoggiano senza remore: presidi desiderosi di dare segnali di legalità, genitori che così si sentono più tranquilli nell’incrollabile convinzione che quelli col fumo siano sempre i figli degli altri.
È successo pochi giorni fa anche in un liceo di Siena, ma qui un professore ha preso carta e penna ed ha scritto un articolo (pubblicato sul sito “Gli Stati Generali”) per argomentare il suo sdegno per i controlli, un atto di protesta che sta facendo parlare studenti, genitori e giornalisti, non solo locali. Si chiama Antonio Vigilante, insegna filosofia e scienze umane al Liceo “Piccolomini” di Siena, e il suo scritto lo riportiamo integralmente di seguito, convinti possa essere molto utile per riflettere su un sistema repressivo ormai privo di limiti.

Le forze dell’ordine hanno fatto irruzione nella mia classe quinta, mentre stavamo parlando di Martin Heidegger. Irruzione è un termine forte, ma esatto in questo caso: nessuno ha bussato e chiesto il permesso. Hanno svolto un controllo antidroga facendo passare tra i banchi un pastore tedesco, poi sono andati via. A mani vuote, come si dice.
Non è la prima volta che succede, naturalmente, anche se è la prima volta che succede a me. È successo, qualche giorno fa, al liceo Virgilio di Roma, e la cosa è finita sui quotidiani nazionali, perché il Virgilio è un liceo molto ben frequentato. È successo qualche giorno prima al Laura Bassi di Bologna, anche lì con molte polemiche. È successo e succede quotidianamente in decine di istituti tecnici e professionali, che fanno poco notizia perché non sono così ben frequentati come il liceo Virgilio di Roma. E due anni fa, a Terni, un docente è stato sospeso dall’insegnamento per essersi opposto all’ingresso delle forze dell’ordine in classe.

Quelli che sono favorevoli a queste incursioni ragionano come segue: spacciare è un reato e il reato è un male che va perseguito; se uno è a posto, nulla ha da temere. Diamo per buono questo ragionamento, ed esaminiamone le conseguenze. Se è così, allora è cosa buona e giusta che le forze dell’ordine facciano irruzione nelle abitazioni private. Sarebbe un modo efficacissimo per combattere il crimine. Controlli a tappeto, a sorpresa, nelle case di tutti. Poliziotti, carabinieri, cani antidroga. In qualsiasi momento aspettatevi che qualcuno bussi alla vostra porta. Che un cane fiuti tra le vostre cose. Se siete a posto, non avete nulla da temere.
E perché non estendere i controlli anche nei luoghi di culto? Sì, lo so, molti di voi stanno pensando alle moschee: e la cosa a molti non dispiacerebbe. Ma io penso alle chiese. Immaginate un’irruzione delle forze dell’ordine in una chiesa, durante un rito. I cani tra i banchi che annusano. Cinque minuti e tutto è finito. Se qualcuno ha della droga, lo si porta via. E amen, come si dice. Non vi piace l’idea? Perché? Perché nel primo caso si tratta di un luogo privato, nel secondo caso si tratta di un luogo sacro, direte. E la scuola che luogo è? Io che vi insegno, la considero al tempo stesso un luogo privato – una casa – ed un luogo sacro. Il più sacro dei luoghi, perché è quello in cui si formano gli uomini e le donne di domani.
Ma, direte, la scuola è un luogo dello Stato, ed è bene che le forze dell’ordine dello Stato controllino un luogo dello Stato. È cosa loro, per così dire. Bene, concedo anche questo. Ed anche in questo caso, vediamo le conseguenze. Il Parlamento è un luogo dello Stato. È il luogo più importante dello Stato. È lo Stato. Che succederebbe se delle forze facessero irruzione in Parlamento con cani antidroga? Sarebbe una cosa sensatissima, perché in Parlamento si fanno leggi che riguardano la vita di tutti, ed è assolutamente vitale per la salute della nostra democrazia ed il futuro dello Stato che chi fa le leggi sia nel pieno possesso delle sue facoltà mentali. Eppure se succedesse una cosa del genere, sarebbe un grande scandalo politico. Perché? Per lesa maestà. Perché è umiliante per un senatore essere perquisito, annusato. Sospettato di essere un drogato, o peggio uno spacciatore.
E veniamo al dunque. Quando io vengo a casa tua – perché la scuola è la casa degli studenti – e ti sottopongo a perquisizione, io ti sto dando diversi messaggi. Il primo è che ti considero una persona poco raccomandabile. Non è una questione personale: può essere che tu sia a posto, ma è poco raccomandabile la categoria cui appartieni. Il fatto stesso che si facciano controlli antidroga è una conseguenza dell’infimo status degli adolescenti nella nostra società.
È risaputo che l’alcol fa in Italia diverse migliaia di morti e causa tragedie terribili. Eppure la vendita di questa sostanza stupefacente pericolosissima è consentita. Lo Stato consente la vendita di alcolici, per giunta con il suo monopolio, mentre i Comuni promuovono apertamente il consumo di vino ed altri alcolici con apposite manifestazioni locali. Il consumo di alcolici è consentito perché è cosa da adulti. È una abitudine diffusa tra persone perbene, stimabili, con un buono status sociale.
La droga, che fa meno morti dell’alcol, è invece roba da adolescenti, da ragazzetti, da soggetti con uno status marginale: dei minus habentes. È significativo che il consumo e lo spaccio di hashish e marijuana siano perseguiti con molto più zelo del consumo e dello spaccio di cocaina, una sostanza molto diffusa tra soggetti dotati di uno status anche considerevole, come professionisti e politici. Non è la sostanza stupefacente il problema. Se così fosse, l’alcol sarebbe proibito. Il problema è chi consuma, non cosa consuma.
Il secondo messaggio è che la scuola è un posto in cui non ti puoi sentire come a casa. Per quanto ti stimi poco, non verrei mai a perquisirti a casa, a meno che non abbia un mandato. Ma a scuola sì. A scuola ti tengo d’occhio. Rispondendo alle polemiche dei genitori per i controlli antidroga al liceo Laura Bassi di Bologna, il procuratore aggiunto Walter Giovannini ha dichiarato: «trova ancora spazio l’arcaico convincimento ideologico che l’Università e più in generale gli istituti scolastici godano di una sorta di extraterritorialità». Nessuna extraterritorialità. Non siete a casa vostra, siete in un posto in cui possiamo entrare e uscire quando vogliamo. Possiamo perquisirvi, possiamo farvi annusare dai nostri cani. Siete sotto il nostro controllo. Del resto, non sono gli adolescenti di continuo sotto il controllo dei professori? Non sono di continuo osservati, richiamati, sanzionati se non si comportano come si deve? Ecco dunque il poliziotto ed il carabiniere che vengono a ribadire il concetto, nel caso in cui non fosse abbastanza chiaro. La scuola è un luogo in cui siete controllati e controllabili, perquisiti e perquisibili. Non è una casa della cultura e dell’educazione, come qualcuno potrebbe dire retoricamente. Non ha nulla di sacro. È una istituzione che raccoglie – concentra – dei minus habentes, e non è escluso che concentrarli per controllarli sia il suo scopo principale.
È un messaggio rivolto a tutti, ma forse c’è un terzo messaggio rivolto ad alcuni. Può essere una coincidenza, ma in molte delle scuole, anzi delle classi perquisite c’erano studenti appartenenti ai collettivi studenteschi. Se non è solo una coincidenza, allora il terzo messaggio è questo: vi controlliamo tutti, ma in particolare teniamo d’occhio voi che fate politica, voi dei collettivi, voi che vi definite comunisti o anarchici; rientrate nei ranghi, che è meglio per voi. E lei, professore, torni pure a parlare di Martin Heidegger. Non è successo niente”.

venerdì 16 febbraio 2018

MASSIMO GATTI E I LAVORATORI ECONORD

Ieri sera si è svolto l'incontro al circolo PRC A. Casaletti di Paderno D. fra i lavoratori Econord e Massimo Gatti, candidato al governo della  Regione Lombardia  assieme a Nadia Rosa rappresentante della lista Sinistra per la Lombardia.
Circolo gremito ,in tanti accorsi per salutare Massimo , volto molto noto in quel di Paderno , una assidua presenza alle  battaglie portate avanti per l'interramento della Rho Monza e  ultimamente del Salviamo il Parco di Via Gorizia.
 I lavoratori Econord e la difficile situazione in cui versano è stata l'argomentazione piu'  importante della serata, un momento di confronto, ascolto e consiglio per chi sta lottando sul nostro territorio senza le solite e scontate passerelle di personaggi che dimostrano solo a parole  vicinanza, ma mai con atti concreti.
Pubblichiamo un piccolo sunto dell'intervento del rappresentante  Cub.
"L'igiene ambientale è uno dei primi settori in cui padronato e sindacati COMPLICI hanno iniziato a sperimentare una contrattazione collettiva finalizzata unicamente a sottrarre salario e diritti a chi lavora. Con il rinnovo del CCNL l'orario di lavoro è stato aumentato da 36 a 38 ore settimanali e gli aumenti salariali sono talmente esigui per cui di fatto la retribuzione dei lavoratori si è ridotta!
Le associazioni datoriali, per impedire il malcontento e ottenere da parte dei lavoratori una accettazione remissiva di tutto cio', hanno deciso di escludere dalle relazioni sindacali quei sindacati che hanno avuto la dignità di non abbassare la testa. E' cio' che sta accadendo all'Econord di Paderno Dugnano, dove l'azienda ha escluso da qualsiasi tavolo di trattativa la FlaicaUniti- CUB, primo sindacato nel cantiere, inoltre grazie alle connivenze con altre organizzazioni sindacali,l'azienda continua a non rispettare i numeri di dipendenti in organico indicati dal capitolato d'appalto(mancano all'appello quasi una decina di operatori), ha deciso di disconoscere la figura della RLS eletta dai lavoratori ed ha intavolato uno spezzettamento dell'appalto Amsa chiamando a firmare il verbale di accordo anche sindacati che non hanno nessuna rappresentatività nel cantiere di Paderno!
A fronte di tutto cio' il Comune che è il committente cioè il proprietario dell'appalto, tace, o meglio, si nasconde dietro un dito dicendo che loro NON C'ENTRANO nulla e non possono farci niente. Le aziende cosi' facendo, stanno danneggiando non solo i lavoratori,costringendoli a carichi di lavoro eccessivi (non a caso aumentano gli infortuni e le limitazioni) ma anche i cittadini, dato che non vi è il numero necessario di operatori per garantire correttamente il servizio! E chi dovrebbe controllare e far rispettare il capitolato d'appalto fa finta di nulla! I lavoratori hanno già scioperato in massa lo scorso 30 gennaio, per lanciare un messaggio alle aziende,all'amministrazione e alla cittadinanza tutta. Alle loro richieste non sono state ancora date risposte adeguate.Pertanto oltre ad essersi rivolti al Giudice del Lavoroperchè si obblighi l'Econord a riconoscere il sindacato che hanno scelto per rappresentarli, porteranno in piazza nuove iniziative nelle prossime settimane."
Potere al Popolo ha già solidarizzato con i lavoratori intervenendo a supporto dell'ultimo presidio e continuerà a farlo prossimamente.

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.



martedì 13 febbraio 2018

MASSIMO GATTI CUORE DELLA VERA SINISTRA

Massimo è una faccia conosciuta a Paderno Dugnano, uno che sa ascoltare , uno che partecipa senza esser mai invadente, uno che non manca quando c'è da lottare. Chi non ricorda la sua presenza costante ai presidi della tragedia Eureco, oppure alle manifestazioni e pentolate della Rho Monza ,senza dimenticare l'ultima lotta per salvare il Parco di Via Gorizia , ha la memoria corta: Massimo c'è sempre stato.
 Candidato nella lista Sinistra per la Lombardia  possiamo esser certi che  una volta eletto, non abbandonerà il suo modo di essere e di esserci sempre, una disponibilità quasi d'altri tempi che porterà solo benefici in una Regione Lombardia dove si parla poco di ecologia,paesaggi e cementificazione , materia troppo spesso dimenticata dopo il voto.
Massimo incontrerà i lavoratori Econord del nostro territorio, in lotta per ripristinare diritti a loro negati, il giorno  15 febbraio 2018 ore 19.30 al circolo PRC A. Casaletti - Via Riboldi 208 - Paderno D. assieme ai candidati regionali Nadia Rosa e Domenico Maggio.
Un momento per salutare chi ci è stato sempre accanto e  soprattutto  per sostenere una politica con la P maiuscola!
 

domenica 11 febbraio 2018

ITALIANI BRAVA GENTE E IL REVISIONISMO SUI CAMPI FRIULANI

Ogni anno  il 10 febbraio il ricordo delle foibe,   un passato alquanto distorto  dall'attuale revisionismo soprattutto per quanto accadde durante il periodo in cui vennero creati i primi campi dove trovarono la morte tantissime persone internate.Rinfreschiamo con alcuni scritti la mente dei tanti che hanno dimenticato.


Era il 5 gennaio 1943, quando il conte Galeazzo Ciano ricevette il giovane segretario del Partito nazionale fascista, Aldo Vidussoni. Nato a Fogliano in provincia di Gorizia nel 1914, Vidussoni aveva idee molto precise su come il regime dovesse gestire il mosaico etnico delle sue terre: «Vidussoni dichiara truci propositi contro gli sloveni – scrive Ciano nei suoi Diari -. Li vuole ammazzare tutti. Mi permetto osservare che sono un milione. Non importa, risponde deciso, bisogna fare come gli Ascari e sterminarli tutti. Io spero che si calmi».
È in questo contesto politico che si svolge la storia del campo di concentramento di Sdraussina-Poggio Terza Armata, un capitolo dimenticato della Seconda guerra mondiale nell’Isontino. Creato nell’estate del 1942 come carcere sussidiario della prigione di Gorizia, divenne un inferno per i civili sloveni rastrellati nelle zone d’occupazione, ma anche per cittadini italiani ( di lingua slovena e italiana) e per le famiglie dei partigiani. Oggi soltanto una lapide ricorda quella vicenda, scomoda negazione della leggenda degli ”italiani brava gente”.
La rete dei campi
L’invasione nazifascista della Jugoslavia nel 1941 e la durezza delle forze d’occupazione generarono da subito un forte movimento di resistenza. È in quel periodo che le autorità fasciste allestirono una prima rete concentrazionaria nel territorio della Provincia di Gorizia, allora molto più vasto di oggi. «I primi campi furono aperti dal comando d’armata a Cighino di Tolmino e Tribussa inferiore nel febbraio del ’42 – spiega lo storico Luciano Patat -. Ma erano piccoli e fuori mano, e furono presto sostituiti dai più grandi campi di Gonars e Visco, e da altri campi minori nell’Isontino».
Sdraussina
Il campo di Sdraussina nasce nell’estate del 1942 nei fabbricati dell’ex cascamificio. Vi transitano semplici uomini e donne, italiani e sloveni per cui non c’era spazio nelle carceri goriziane. Tra questi c’è Lino Marega, figura nota dell’antifascismo isontino. Nel suo memoriale Marega racconta come i prigionieri venissero portati a Gorizia e Trieste per gli interrogatori. Alcune donne tornavano poi al campo, ricorda Marega, e si potevano riconoscere soltanto dai vestiti che indossavano a causa delle torture subite. Vicino alla ferrovia e facilmente sorvegliabile, il campo di Sdraussina era un centro di smistamento prigionieri ideale.
«Il campo di Poggio non era l’unico – spiega Patat -. Sotto il monastero della Castagnavizza ce n’era un altro, esclusivamente femminile. A Fossalon c’era invece un campo di internamento per cittadini italiani di lingua slovena. Era sostanzialmente un campo di lavoro. Lì però le condizioni di vita erano migliori, poiché la sorveglianza era affidata ai carabinieri, al contrario di Sdraussina, che era in mano a reparti delle camicie nere». Dopo l’armistizio la rete concentrazionaria fascista crollò, e molti prigionieri riuscirono a fuggire. Alcuni campi, come quello di Poggio, furono in parte riutilizzati dai nazisti come centri di smistamento verso i luoghi dello sterminio.
Vidussoni
Sullo sfondo di queste vicende si muove la figura di Aldo Vidussoni, che abbiamo citato all’inizio di questo articolo, e che proprio in quegli anni era un nome di spicco del regime. Laureatosi in legge nell’ateneo triestino, poi volontario in Etiopia e Spagna, Vidussoni era stato nominato segretario del Pnf da Mussolini in persona nel 1941. Con quella mossa il duce intendeva indebolire i ”bonzi” del partito, affidandosi a forze più giovani e fanatiche. Vidussoni, come abbiamo visto, prese da subito posizioni accesamente anti-slovene.«Vidussoni è un caso atipico per le nostre zone – commenta Patat -. Trascorse pochi anni a Fogliano, poi andò a Trieste e da lì si mosse sul piano politico nazionale». Contrariamente all’entusiasmo sanguinario di Vidussoni, spiega Patat, l’Isontino si era mostrato piuttosto refrattario al fascismo: «Da noi il movimento attecchì in ritardo – dice lo storico -. E si trattò di un fenomeno d’importazione: i primi fascisti isontini erano militari e impiegati fermatisi qui dopo la Grande guerra. Da subito, però, il nazionalismo si colorì di razzismo. Nell’allora provincia di Gorizia gli italiani erano minoranza, e l’italianizzazione s’impose con la forza». Gli effetti sono noti, simili a quelli che tutti i nazionalismi hanno scatenato su questo confine. Forse per tutte le vittime di quegli estremismi potranno valere le parole di Ljubka Šorli, deportata, riportate sulla lapide davanti al campo di Sdraussina: «Il destino ci nobilita attraverso il dolore. Una è la fede, uno il grido: libertà».
da Il Piccolo  

Quando si parla di criminali di guerra, non pensiamo mai a nostri connazionali, eppure al termine della seconda guerra mondiale la Jugoslavia ricercava come criminali di guerra 800 italiani e l’Etiopia altri 400: 1.200 italiani criminali di guerra! Tra questi i peggiori per i nostri confinanti erano i generali Mario Roatta e Pirzio Biroli, mentre per gli africani i grandi ricercati erano il maresciallo Pietro Badoglio e il generale Rodolfo Graziani. Ma nonostante le giuste richieste straniere, questi generali vennero protetti e mai processati all’estero, tanto che morirono nei loro letti. E quando ricordiamo le odiose rappresaglie dei tedeschi durante l’occupazione dell’Italia (per ogni tedesco ammazzato, 10 italiani uccisi) dimentichiamo (o meglio non sappiamo) che i nostri connazionali prima di loro avevano fatto ben di peggio: nell’occupazione del Montenegro i comandanti italiani disposero che per ogni soldato italiano ucciso o per ogni ufficiale ferito, si ammazzassero 50 civili e 10 per ogni sottufficiale o soldato feriti in imboscate; altre rappresaglie in Jugoslavia portarono a radere al suolo interi villaggi abitati, e in Somalia la risposta all’uccisione di due aviatori italiani determinò il bombardamento di tre villaggi con 71 bombe all’iprite.A seguito di un’azione dei partigiani comunisti di Tito, l’esercito italiano al comando di Roatta usava questa condotta: interveniva nella zona con intere divisioni, radeva al suolo i villaggi e deportava nei lager italiani la popolazione.............. in quel lager che non aveva molto da invidiare a quelli nazisti, i prigionieri a cui non veniva dato quasi mai da bere, dormivano per terra nelle tende e venivano nutriti a maccheroni galleggianti nell’acqua. I bambini erano costretti a indossare fogli di giornale come pannolini. Le foto di esseri scheletriti raccontano meglio delle parole le condizioni di vita che in un inverno del 1942 provocarono in quel solo campo 50 morti al giorno tra i civili. In tutto a Kampor le vittime accertate furono 4.641 nonostante il tentativo degli italiani di camuffarne il numero seppellendo fino a tre bare sotto un’unica croce. Ma il numero complessivo degli jugoslavi deportati nei lager italiani è di 150.000 (si calcola che sui 360.000 abitanti della provincia di Lubjana, 70.000 vennero internati e 15.000 uccisi).......